Sei valigie
Una filosofia del trasloco
Il mio primo, vero trasloco l’ho fatto il giorno di Halloween del 2018. Dovevo lasciare Parigi per ritornare al paese. Allora ho capito cosa vuol dire traslocare.
Lo so, tecnicamente il primo trasloco è stato quando sono andato dal paese a Parigi, ma allora non sapevo nemmeno cosa stavo facendo. Qui, in questo numero, traslocare significa soprattutto lasciare casa, non cambiarla e basta.
Quel 31 ottobre 2018 fu uno dei giorni peggiori della mia vita per una serie di ragioni che mi porterebbero fuori traccia. Quella è un’altra storia, c’entrano ossa rotte, ospedali e ambulanze, ma a noi stavolta non interessa. Interessa che non avevo imballaggi, carta da giornale, nastro adesivo marrone… Tutto quel che avevo erano sei valigie. E, in una manciata di ore febbricitanti, con un senso d’urgenza che aveva lo stesso suono dell’ambulanza (e soprattutto non aspettava il padrone di casa) ho dovuto decidere cos’ero io. Perché nelle sei valigie ci entrava solo quello: quello che ero io davvero.
Quello che entra, quello che no
I libri no, ovviamente. O meglio: pochi. Quelli ero riuscito a spedirli, insieme ai vinili comprati a buon mercato ai marchés aux puces. La giacca da cerimonia sì, il diario di quei giorni di solitudine luminosa pure, la lampada no. La dolorosa logica del contenitore: questo entra, questo no. Questo sei tu, questo no.
Lasciai la mia tazza preferita e il pentolame. Lasciai la mappa della metro, attaccata alle pareti di vetro dell’armadio, perché ormai conoscevo a memoria tutte le linee. Non ricordo altro. Ricordo però benissimo il peso di quello che ho portato.
Abitare è custodire
Heidegger, in un saggio del 1951 (Bauen Wohnen Denken, “costruire abitare pensare”), fa una riflessione sull’abitare che trovo molto giusta: abitare significa custodire, è il modo in cui i mortali si prendono cura del loro ambiente. Dall’antico tedesco wunian, che vuol dire restare, soggiornare, ma anche essere in pace con sé stessi. Non si usa il verbo abitare per intendere uno stare da qualche parte. Abitare è un modo di essere-nel-mondo. È la forma più concreta, più corporea, più quotidiana della nostra esistenza.
Eppure noi tras-lochiamo (scusami, ‘sta cosa dei trattini è di Heidegger e mi ha condizionato. La smetto). E allora cosa succede all’abitare?
Questa è la domanda che mi faccio adesso. Adesso che la scuola, la vita, il lavoro mi portano altrove. Di nuovo. Mi sembra di essere sempre davanti alla stessa lezione della maestra Vita, una lezione che rasenta l’accanimento.
Le case ricordano
Gaston Bachelard, nella Poetica dello spazio, scrive che la casa è il nostro primo universo. Non puoi chiamare casa un luogo neutro, altro. Quando sono in vacanza e devo tornare in hotel, mi scappa da dire che torno a casa, ma sento che qualcosa stride. La casa è uno spazio carico di noi, e con questo intendo i nostri sogni, le nostre paure, i nostri riti domestici, quel posto in cui, appena svegli, sappiamo dov’è il caffè. Ogni angolo di questa casa che lascio ricorda, ogni porta ha una sua voce. Quel cigolìo dei cardini è già una piccola poesia.
Mentre ti scrivo ho davanti gli scatoloni e penso: quando traslochiamo, non spostiamo solo oggetti. Io lì dentro non ci metterò strati di me stesso che si erano depositati sulle superfici di questa casa nel corso del tempo: l’unghia di una settimana difficile sul bordo del tavolo, il segno sul muro dove ho appoggiato la testa durante quella lunga telefonata col mio amico, il punto esatto della cucina dove sono stato felice mentre cucinavo i biscotti per Natale, quella mattina precisa, quella luce precisa, quella tazza precisa… e non lo sapevo ancora che stavo costruendo un ricordo.
Tutto questo non viaggia in valigia, negli scatoloni. Rimarrà qui. E io andrò.
Una questione ontologica
Il trasloco è una delle esperienze più violentemente filosofiche che esistano, eppure nessuno lo nomina come tale. Si parla di scatole, di spese di trasporto, del deposito da versare, dei contratti da firmare. Non si parla di quello che succede dentro, mentre smonti una libreria che hai costruito in tre anni, un libro alla volta, secondo un ordine che solo tu conosci, un ordine che era già un pensiero, già una forma dell’anima.
Smontare è diverso da distruggere, ma fa male uguale.
C’è un termine greco a cui sono affezionato: topos. Ci sono affezionato per come lo intendo, come lo intendeva Aristotele. Non è una parola vuota, un contenitore spaziale al cui interno accadono gli eventi. Il luogo è relazionale, è costitutivo. Le cose sono anche dove sono. Il luogo le definisce, le orienta, le radica nel mondo. Non esiste cosa (sostanza) che non sia anche in un luogo. La penna è sul tavolo, come insegnano i libri di inglese. L’unicorno è in un prato (della mia mente). Cambiare luogo allora è una questione ontologica.
Il che significa perciò che cambiare luogo non è una questione logistica. Io non mi sposto e basta. Smetto di essere quello che ero qui, e comincio, con l’imbarazzo e la fatica dei principianti, a essere quello che sarò lì.
Il vento e la foglia
La scuola mi porta altrove. Senti come è strana questa frase, così impersonale, come se la scuola fosse un vento e io una foglia. Ma non la cambio, perché in effetti c’è qualcosa di vero in questa immagine, anche se mi costa ammetterlo. Siamo esseri che vengono spostati, che sia da decisioni, da contratti, da graduatorie, da amori che finiscono o cominciano, da morti e da nascite… Veniamo spostati, cioè non siamo mai solo noi a scegliere dove siamo.
Simone Weil, in La prima radice, scrive che il radicamento è forse il bisogno più importante e più misconosciuto dell’anima umana, perché implica partecipare a una collettività che conserva vivi certi tesori del passato e certi presagi del futuro. Avere radici è difficile. Ma lo sradicamento, scrive, è la malattia più pericolosa delle società moderne. E noi moderni traslochiamo continuamente, perché non sappiamo bene dove vogliamo stare.
O forse lo sappiamo benissimo, e il problema è proprio questo: che il posto in cui vogliamo stare non coincide mai perfettamente con il posto in cui siamo.
Se vuoi sapere di più su Simone Weil, le ho dedicato un video qui.
L’inventario
Torniamo alle sei valigie. Torniamo a Parigi.
Lasciare la mansarda in Avenue d’Ièna è stato straziante, ma anche purificatorio. Quell’operazione delle sei valigie si vestiva di domande impegnative: e allora chi sei? Cosa porti? Cosa lasci? La riduzione era dolorosa, ma era anche una forma di verità. Perché nella vita ordinaria, quella senza trasloco, possiamo accumulare, possiamo rimandare, possiamo lasciare che le cose si stratifichino senza mai deciderle, lasciarle lì, come vestiti su una sedia, non così puliti da restare nell’armadio ma non così sporchi da necessitare di un giro in lavatrice.
Il trasloco invece costringe alla decisione. Ti fa chiedere: questo sei tu, o è solo qualcosa che hai tenuto per abitudine o per pigrizia?
Molte cose che abbiamo sono solo abitudini. Molte cose che siamo sono solo abitudini.
Il trasloco è quel momento in cui siamo obbligati a guardarci dentro. A fare l’inventario di noi stessi. Degli oggetti alla fine ce ne possiamo pure fregare.
L’addio
Adesso che la scuola mi porta altrove, faccio di nuovo questo inventario. Che cosa porto? Quali libri, quali abitudini, quali affetti? Cosa ha attecchito abbastanza da sopravvivere al viaggio?
E soprattutto: c’è qualcosa che lascio qui, in questo posto in cui ho vissuto, pensato, insegnato, scritto, che non tornerà mai più? Qualcosa che era solo mio e di questo posto, di questa luce, di questo tempo, di quest’aria sempre troppo umida per 8 mesi all’anno?
Penso di sì. E penso che bisogna onorare questo qualcosa, dargli un nome, salutarlo.
Non so ancora quale nome dargli. Ma so che deve essere un addio vero, non uno di quelli frettolosi. Un addio che riconosca il peso di quello che è stato.
Perché abitare (lo dice già la parola, come ci ha insegnato Heidegger) è aver avuto cura. E chi ha avuto cura, quando parte, lascia sempre qualcosa di sé nelle stanze.
Per finire
Le case che abitiamo ci abitano, a loro volta. Portano i segni del nostro passaggio per un po’. Poi li perdono, perché così deve essere.
Noi no. Noi li portiamo con noi, invisibili, nelle valigie.
Ecco, forse ci sono, alla fine di questa lunga pagina ho scoperto qual è il senso del trasloco: scoprire che il luogo del trans-loci è sempre soprattutto dentro di noi. Prima delle sei valigie, prima di questi scatoloni, è già diventato una struttura del pensiero, un paesaggio interiore. E questo non lo lascio da nessuna parte.
Questo viene con me, sempre. Anche quando ho solo sei valigie. Anche quando torno al paese o vado a vivere in un’altra città. Anche quando la scuola mi porta altrove, come fa il vento con le foglie, e non so ancora cosa mi aspetta.
Parto. E porto tutto.
Dimmi una cosa: cosa hai lasciato, l’ultima volta che hai traslocato? Non gli oggetti, perché di quelli, come ho scritto poco fa, ci interessa poco. Quella cosa vera, quella che non entra nelle valigie.
Scrivilo nei commenti.
Ah, dimenticavo. Ci sono dei versi di una canzone di Niccolò Fabi che forse possono fare bene a entrambi, alla fine di questa newsletter. Li ho ascoltati live sabato scorso e mi hanno aiutato: semplici, ma vanno dritti al punto. Te li lascio qui: sono tratti da Casa di Gemma.
Le cose cambiano
Le case cambiano
L’unica scelta che ho è viverle.
Alla prossima,
Antonio, per I grani del rosario






🧡
Ti porto alcune considerazioni che potranno essere, forse, interessanti.
La prima volta che ho cambiato casa è stata quella di quando me ne sono andato da quella dei miei genitori.
Per me fu una liberazione. Avere una casa mia, con i miei spazi, i miei silenzi e soprattutto le mie regole. In quella casa misi un enorme telo in pvc sul muro dove appiccicavamo, con i miei amici, le foto di quello che facevamo, le locandine di concerti, e quanto altro.
La casa la presi che era vissuta e negli anni l'ho più volta ridipinta, modificata. Ho costruito muri, cambiato lampadari, rifatto da solo l'impianto elettrico. La casa cambiava insieme a come cambiavo io. Siamo cresciuti insieme.
Poi è arrivato il momento di mettere su famiglia e quella casa è diventata stretta, opprimente. Quella casa era il vecchio me, il nuovo me però non ragionava più al singolare, ormai ero una coppia. Così ho cambiato casa, e quando era tutto pieno di pacchi e mi apprestavo a portarli in auto per il primo di tanti viaggi... Ero felice, ma anche profondamente triste. Non stavo lasciando una casa, stavo salutando il me ragazzo, la spensieratezza, i tanti ricordi vissuti con le tante persone. Quella casa aveva avuto cura di tutto questo, era stata contenitore e protettrice del mio vivere. Quella casa era in qualche modo viva, una seconda pelle che mi stavo togliendo. Avevo fatto la muta.
La nuova casa era una casa a misura di famiglia, ma l'ho scelta perché mi permetteva di avere una men's cave. Nelle mie intenzioni dovevo ricreare quell'ambiente che avevo avuto con la vecchia, ma non si è mai realizzato nulla di ciò. Quella appendice è diventato un luogo di lavoro, bellissimo e tutto mio, dove poter piazzare ogni pezzo che mostra chi sono. Chitarre, libri, disegni... Ma... Non è casa. E' un luogo dove poter rifuggere ogni tanto, dove trovare momenti di pace, ma non è viva. E' più un luogo protetto, un deposito. La casa vera è dove sono con la mia nuova famiglia. Quella in cui righi il pavimento per un gioco esagerato, dove si fa la macchia per terra perché ti è cascato chissà cosa. Dove dormi, dove devi risolvere problemi, raccontare storielle della buona notte. Dove litighi. Ho capito quindi che casa è dove coltivi amore, sentimenti. Non dove tieni le tue cose, ma dove quelle cose assumono un significato rispetto ai momenti, belli o brutti, che vivi. La casa diviene così un simulacro capace di raccogliere e far riaffiorare un certo momento e un certo ricordo. Come se si impregnasse di tutte le tue sensazioni e potesse rifletterle come uno specchio opaco.